Caroni

Quella del rum Caroni è una storia incredibile, frutto del destino e di un’inarrestabile e continua ricerca. Tutto accade un giorno di dicembre 2004, quando, in tour ai Caraibi con il fotografo Fredi Marcarini, Luca Gargano sbarca sull’isola di Trinidad e va in visita alla mitica distilleria Caroni. Luca non sa ancora cosa troverà al suo arrivo. Di certo non può immaginare la grande sorpresa che lo attende. Lo stock: centinaia di barili di rum, i più vecchi dei quali risalgono al 1974. "Gli edifici sono abbandonati", racconta Luca nel suo libro Nomade tra i barili, "è come essere all’interno di un paesaggio alla The Day After. Avvicinandomi al cancello d’entrata vedo all’interno una donna, in lontananza, e cerco di attirare la sua attenzione chiamandola a voce molto alta. La donna mi sente, ci vede, si avvicina. Prima di tutto le chiedo di confermarmi se siamo nel posto giusto. E lei lo conferma: sono proprio le distillerie Caroni. «What happens?» le chiedo quindi. «What happens?!» mi fa lei. «Don’t you know what happens?». L’anno precedente, ci spiega, il governo ha chiuso la Caroni Sugar Factory, l’ultima in attività sull’isola, nazionalizzata negli anni Settanta".
"Sfiduciato, chiedo se per caso sia rimasto qualche barile ancora da imbottigliare. Ed è allora che la donna mi guarda, gesticola, e mi dice: «What?!» E poi: «Come with me!». Entriamo e la seguiamo. Camminiamo tra macerie, rottami, pezzi di lamiera, spazzatura ed erba alta fino alle ginocchia. Arriviamo davanti a un grande magazzino. La donna apre le porte. E io non posso credere ai miei occhi. Migliaia di botti sono accatastate nel magazzino. Incredulo, a quel punto le chiedo se si tratta solo della produzione dell’ultimo anno, cioè se le botti sono tutte del 2003. «What?», mi ripete lei. «No-oh! Are 1983, 1984, 1985». Sono senza parole. Mi trovo davanti a un vero tesoro dei Caraibi. Acquistai subito i barili più vecchi, tutti quelli degli anni Ottanta, in particolare l’82, l’83, l’85, per un totale di un centinaio di barili. La maggior parte sono heavy rum, distillati a una gradazione più bassa e ricchi di congeners; un po’ di barili di light, distillati con una colonna più performante a un grado più elevato e a meno congeners; e alcuni barili in cui era già stato effettuato il blended di heavy e light, con la gradazione alcolica già ridotta probabilmente per essere pronti all’imbottigliamento. La gran parte ha una gradazione intorno al 70% di alcol, ma sono estremamente bilanciati. “È degustandoli che mi rendo conto sempre di più che il grado di barile è quello che esprime l’autentica armonia del rum. Ridurre il grado a un rum è un po’ come ridurre la statura a una persona, senza tener conto delle proporzioni di piedi, mani, braccia, che a quel punto sembrerebbero più lunghi di quel che sono”. Decide quindi di imbottigliarli anno per anno. Decide di abbassare la gradazione solo di parte dello stock. Realizza un imbottigliamento del 1983 riducendolo a 52 gradi, comunque elevati per l’epoca, ma poi imbottiglia anche a barrel proof: “Non si può mettere una cravatta a un rasta”, dice. Così, dal 2006 al 2011 la Velier acquista in totale 1388 casks, che verranno imbottigliati per anno di distillazione, e resteranno a invecchiare ai Caraibi. Per capire perché è nata in seguito la Caronimania, esplosa in questi ultimi anni tra i rum lovers e i collezionisti di tutto il mondo, oltre ovviamente alla eccezionale qualità e alla storia del rum, bisogna tener presente quattro fattori che ne hanno determinato il valore e l’autenticità, frutto di scelte lungimiranti, e in quel momento fuori dalle logiche di mercato. In primo luogo questa la scelta di imbottigliare il rum senza riduzione di grado, allo scopo di preservare tutte le caratteristiche organolettiche: poi quella di continuare l’invecchiamento dei barili a Trinidad – ovvero in clima caraibico, dove si ha un angel share dall’8% al 11% – per preservarne l’autenticità. Gli altri due fattori che contribuirono a posizionare Caroni come rum di avanguardia sono legati al lancio e allo stile dato alla sua presentazione, con l’utilizzo delle foto reportage di Fredi Marcarini in etichetta e la già collaudata bottiglia Demerara, questa volta in versione scura.